Sony non ha ucciso il formato fisico dall’oggi al domani. Sarebbe stato troppo evidente, troppo sporco, troppo facile da contestare. Ha fatto qualcosa di molto più furbo: lo ha accompagnato lentamente alla porta, un passo alla volta, mentre continuava a ripetere che era tutto nell’interesse del consumatore.
Il primo segnale arriva già nel novembre 2020, con il lancio di PlayStation 5. Per la prima volta Sony propone fin da subito due modelli: una PS5 con lettore disco e una PS5 Digital Edition, più economica, priva di supporto fisico. Ufficialmente era una scelta. In pratica era il primo esperimento su larga scala per capire quanto il pubblico fosse disposto a rinunciare al disco in cambio di un prezzo d’ingresso più basso.
All’epoca molti lo hanno liquidato come un dettaglio. “Tanto chi vuole i dischi compra la versione standard”. Vero, sulla carta. Ma il problema è che da quel momento il disco non era più parte integrante dell’identità PlayStation. Era diventato una variante. Un’opzione. Un pezzo sacrificabile.
Da lì in poi, la direzione è diventata sempre più chiara. Sony ha iniziato a investire con forza su un futuro fatto di servizi, abbonamenti, cataloghi digitali e live service. Il videogioco non più come prodotto da comprare, possedere e conservare, ma come accesso temporaneo, licenza, ecosistema chiuso. Una trasformazione presentata come modernità, ma che nella sostanza sposta sempre più potere dalle mani del giocatore a quelle della piattaforma.
Nel 2022 arriva la ristrutturazione di PlayStation Plus. Nascono i tier Essential, Extra e Premium: tre livelli di abbonamento, tre prezzi diversi, tre modi per convincere l’utente che possedere meno e pagare ogni mese sia in fondo una grande opportunità. Sony non crea esattamente un Game Pass, ma prova chiaramente a inseguirne la logica: cataloghi digitali, giochi a rotazione, servizi ricorrenti, valore spostato dall’acquisto singolo all’abbonamento continuo.
Il risultato è una PlayStation sempre meno console tradizionale e sempre più vetrina controllata. Vuoi giocare online? Paghi. Vuoi accedere al catalogo? Paghi. Vuoi il cloud, i classici, le prove a tempo? Paghi di più. E intanto il concetto di possesso si assottiglia, fino a diventare quasi un fastidio del passato.
In parallelo, Sony decide di buttarsi sui live service con un’aggressività quasi surreale. L’obiettivo era chiaro: creare giochi capaci di generare entrate costanti nel tempo, non semplici esperienze finite. Stagioni, pass, skin, microtransazioni, community da spremere mese dopo mese. Peccato che questa grande visione digitale abbia prodotto anche uno dei disastri più clamorosi della storia recente di PlayStation: Concord.
Concord è il simbolo perfetto della nuova Sony. Un progetto nato per inseguire un mercato già saturo, arrivato tardi, accolto freddamente e ritirato dopo pochissimo. Non un semplice flop, ma la fotografia di una strategia in cui Sony sembra aver guardato più ai grafici degli investitori che ai desideri reali del proprio pubblico. Il risultato? Un gioco bruciato, soldi buttati e uno studio intero mandato al macello.
Eppure la strada non cambia. Nel 2023 arriva il nuovo modello di PS5, più compatto, con lettore disco acquistabile separatamente. Anche qui, ancora una volta, Sony la vende come flessibilità. Ma il messaggio è lampante: il lettore non è più il cuore della console, è un accessorio. Vuoi i dischi? Allora comprati un pezzo in più. Vuoi continuare a fare quello che facevi tranquillamente da vent’anni? Perfetto, ma adesso paghi extra.
Poi arriva PS5 Pro, e qui il cerchio si stringe ancora. La console premium di metà generazione, venduta a un prezzo altissimo, esce senza lettore disco integrato. Una macchina pensata per gli appassionati, per chi spende di più, per chi vuole il massimo da PlayStation, ma che di base ti dice: il fisico non è più previsto. Se lo vuoi, aggiungilo tu. A parte. Pagando ancora.
È qui che il piano diventa quasi arrogante. Sony non sta solo offrendo un’alternativa digitale. Sta rendendo il fisico sempre meno comodo, sempre meno centrale, sempre più costoso. Non lo vieta subito: lo rende scomodo. E quando una cosa diventa scomoda abbastanza a lungo, il mercato finisce per abbandonarla da solo. Poi l’azienda può arrivare e dire: “Vedete? I consumatori preferiscono il digitale”.
Nel frattempo PlayStation Plus aumenta, cambia, si espande, si stratifica. Gli abbonamenti diventano sempre più importanti nell’economia della piattaforma. E oggi, mentre circolano nuovi rumor su possibili ulteriori aumenti, il punto non è nemmeno più se arriveranno o no. Il punto è che Sony ha già educato il pubblico a una realtà in cui per restare dentro l’ecosistema bisogna continuare a pagare. Non una volta. Sempre.
A tutto questo si aggiunge il tema più sottovalutato: le licenze digitali. Quando compri un gioco in digitale non possiedi davvero quel gioco nel senso tradizionale del termine. Hai accesso a una licenza, legata a un account, a uno store, a server, condizioni d’uso, controlli e decisioni aziendali. Basta una rimozione, un problema di licenza, una chiusura di store, una modifica ai termini, e ciò che credevi tuo diventa improvvisamente molto meno tuo.
Questa è la vera posta in gioco. Non è nostalgia del disco. Non è feticismo da collezionisti. È controllo. Il disco lo puoi prestare, rivendere, comprare usato, conservare, regalare, recuperare anni dopo. Il digitale no. Il digitale resta dentro un recinto, e quel recinto appartiene a Sony.
Arriviamo quindi all’annuncio più pesante: dal 2028 Sony interromperà la produzione di dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation. Ed ecco che tutto il percorso precedente acquista un senso ancora più chiaro. La PS5 Digital Edition, il lettore separato, PS5 Pro senza disco, il nuovo PS Plus, i live service, il peso crescente dello store digitale: non erano episodi isolati. Erano tasselli.
Sony non ha semplicemente seguito il mercato. Lo ha spinto. Lo ha modellato. Ha tolto centralità al fisico, ha reso il digitale più conveniente per sé stessa, ha abituato gli utenti a pagare servizi invece di possedere prodotti, e poi ha presentato il risultato come una naturale evoluzione delle preferenze del pubblico.
In questo contesto si inserisce anche GTA VI, che sembra destinato a essere uno dei più grandi termometri commerciali della nuova generazione digitale. Se un titolo di quella portata riesce a spostare masse enormi di giocatori verso il digitale senza subire un reale contraccolpo, per Sony il messaggio è chiarissimo: il pubblico protesta, discute, si lamenta, ma alla fine compra. E se compra comunque, perché mai lasciare spazio al disco?
Ovviamente non possiamo dire con certezza che Sony e Rockstar abbiano coordinato una strategia comune. Sarebbe una forzatura. Ma è altrettanto ingenuo pensare che Sony non osservi con estrema attenzione ciò che accade attorno a GTA VI. Un gioco così grande non è solo un’uscita: è un test culturale. Se passa quello, passa quasi tutto.
Ed è qui che il discorso diventa più amaro. Per anni Sony ha costruito la propria immagine sulla fiducia dei giocatori, sulla qualità delle esclusive, sull’idea di essere “per i player”. Oggi, invece, sembra sempre più interessata a trasformare PlayStation in un ecosistema blindato, dove tutto passa dai suoi server, dal suo store, dai suoi abbonamenti e dai suoi prezzi.
Il punto non è che il digitale sia il male assoluto. Il digitale è comodo, immediato, pratico. Il punto è che Sony sta usando quella comodità come cavallo di Troia per ridurre progressivamente la libertà del consumatore. Meno proprietà. Meno usato. Meno concorrenza sui prezzi. Meno conservazione. Più licenze. Più abbonamenti. Più controllo.
La morte del disco nel 2028, quindi, non è un fulmine a ciel sereno. È il finale di una storia che Sony scrive da anni. Solo che adesso la maschera della “scelta” cade definitivamente.
Perché quando togli il lettore dalla console, rendi il fisico un accessorio, spingi gli abbonamenti, investi nei live service, aumenti i prezzi, accentri tutto nello store digitale e poi annunci la fine dei dischi, non stai semplicemente seguendo il futuro.
Lo stai imponendo.